Le falsità nascoste del cavaliere (prima parte)
La spinta che il governo del cavaliere vorrebbe dare in Europa per l’ingresso di Israele nella UE, rientra nel medesimo disegno, che vorrebbe, in una fase successiva coinvolgere l’intera Europa nella tattica sionista di aggressione e dilatazione territoriale.
Il coinvolgimento avverrebbe “in caso di aggressione” che Israele subirebbe; ma sappiamo benissimo che basta auto spedirsi un razzo, magari pilotato, controllato, per dichiarare di essere stati aggrediti. È già accaduto, ed ha giustificato l’ultima strage nei territori di Gaza, con espressioni di compiacimento da parte del governo italiano.
La situazione italiana è paradossale, perché si è fatta parte attiva nel sostenere le politiche aggressive di Israele, ispirate dagli USA di Bush e ancora in attesa di sviluppi.
Dopo che il Senato italiano ne ha approvato la ratifica il 2 febbraio 2004, l’accordo Italia-Israele sulla cooperazione nei settori militare e della difesa è arrivato alla Camera. Qui, il 16 marzo, ha ricevuto luce verde dalla commissione esteri ed è quindi pronto ad andare in aula. Nella commissione esteri della camera hanno espresso parere contrario non solo Rifondazione comunista e Verdi, ma anche Democratici di sinistra, L’Ulivo e Margherita-L’Ulivo.
Il parere contrario è stato motivato con il fatto che l’accordo viola la legge 185 sull’esportazione di armamenti, poiché estende a Israele il trattamento privilegiato previsto solo per i paesi Nato e Ue, e stabilisce una cooperazione militare con un paese che non ha firmato il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari.
Gli impegni dell’Italia.
Le implicazioni in realtà sono ancora più gravi. È “un accordo generale quadro” comprendente interscambio di materiale di armamento, organizzazione delle forze armate, formazione e addestramento del personale militare, ricerca e sviluppo militare. Secondo fonti militari israeliane citate da Voice of America (22 novembre 2004), Italia e Israele hanno già concordato e finanziato “lo sviluppo congiunto di un nuovo sistema di guerra elettronica altamente segreto“.
Poiché questo è un campo in cui Israele ha finora cooperato solo con gli Stati uniti, significa che l’accordo italo-israeliano è stato preventivamente approvato o preteso dalla Casa bianca. Non è quindi solo un accordo tecnico: i ministri degli esteri e della difesa lo hanno definito “un preciso impegno politico assunto dal governo italiano in materia di cooperazione con lo stato d’Israele nel campo della difesa“.
Un accordo quinquennale.
Un accordo quinquennale, stipulato dal precedente governo Berlusconi, prorogabile automaticamente, ha impegnato anche i futuri governi a una precisa scelta di politica estera: quella di essere a fianco del governo israeliano qualunque cosa faccia.
Una scelta particolarmente grave, dal momento che il governo israeliano è deciso a usare ogni mezzo per mantenere in Medio Oriente il monopolio delle armi nucleari. In un servizio pubblicato nell’aprile del 2007, The Sunday Times (il giornale britannico che nel 1986 riportò la testimonianza di Mordechai Vanunu sull’arsenale nucleare israeliano) rivela che le forze israeliane si stanno addestrando per un attacco agli impianti nucleari iraniani. A tale scopo è stata costruita nel deserto del Negev una copia in dimensioni reali dell’impianto nucleare iraniano di Natanz.
L’attacco verrebbe effettuato da commandos dell’unità di élite Shaldag e dalla 69a Squadra aerea con caccia F-15 armati di bombe penetranti.
Verrebbe distrutto anche l’impianto nucleare di Bushehr, costruito con l’aiuto della Russia che, con un accordo firmato il 27 febbraio 2005, si impegna a fornire il combustibile nucleare e a ritirare le scorie garantendo così che l’Iran non se ne serva per produrre plutonio.
To be continued






















@Rosario:
IMVHO il posto di Israele, come di tutti i paesi Arabi e del Nord Africa che si affacciano sul Mediterraneo, é sul lungo periodo certamente nella UE.
Possiamo discutere del come e del quando, di quanta democraticizzazione e pacificazione sia necessaria, ma il processo storico in corso punta certamente verso quella direzione (tra l’altro i Siciliani avrebbero, per ovvi motivi geoeconomici, tutti gli interessi al che questo processo fosse il piú breve possibile).
Ciò premesso, iniziare l’articolo con espressioni come “tattica _sionista_ di aggressione”, non mi sembra una tattica particolarmente promettente …
è che berlusconi dovunque si muova all’estero (oltre che in Italia) combina guai facendoci fare le solite meschine figure.Complimenti al solito per il tuo pezzo ben scritto e documentato, giusto contraltare al post del tuo collega Giomba giubilante per la pubblicazione del libro che glorificava Silvio
x Alessandro Riolo
Affacciarsi sul Mediterraneo non significa affatto guardare all’Europa, tutta protesa verso l’Atlantico; piuttosto una Comunità Mediterranea, con la Sicilia come ammortizzatore culturale di tre continenti. Aprendosi all’Europa, stai certo che sarebbe trovato il modo come emarginare il ruolo della Sicilia. E’ rinata la politica meridionalista, ma solo perché si occupa del Meridione d’Europa che è la Padania. Vorresti trasformare la Sicilia da meridione d’Italia a meridione del meridione d’Europa ?
La tattica sionista di aggressione non vuole essere una modo promettente di guardare aklla soria, basta conoscerla.
Rosario Amico Roxas
Lo Stato sionista di Israele
(Tratto da: Rosario Amico Roxas, La cronaca dei vinti, ed. Paruzzo printer, Caltanissetta 1996)
La storia della nascita dello Stato di Israele ha avuto un esordio difficile, uno sviluppo compromissorio e una realizzazione basata sull’affermazione della forza contro ogni rispetto dei diritti altrui.
L’esordio storico fu il Sionismo, dall’ebraico Sion, il nome del colle orientale di Gerusalemme, successivamente assimilato all’intera città, dove sorgeva la fortezza di Gebusei, dove si insediò Davide. Fu un movimento politico-religioso avente come scopo quello di ottenere, per il popolo ebraico, la costituzione di una nazione ebraica, aspirazione antica, risalente già fino al 70 d.c., anno della distruzione del Tempio da parte di Tito. Questa aspirazione, pur avendo origini antiche, era diventata il tema dominante di questo popolo, disperso in tutte le parti del mondo, ma senza mai tentare di integrarsi e assimilarsi alle popolazioni locali, sorretto dal suo individualismo nazionalistico, per cui gli Ebrei furono sempre considerati come stranieri, a volte indesiderabili e spesso perseguitati.
Già intorno al 1880 venne promossa la prima alyah, un’ondata di colonizzazione della Palestina; questa prima ondata, incoraggiata da finanzieri ebrei, tra i quali il barone E. de Rothschild, ottenne il primo risultato di far emergere il problema del popolo ebreo, esule e senza patria. Il Sionismo assunse carattere politico solo quando ne prese la direzione Theodor Herzl, che nel 1896 pubblicò il volume Lo Stato ebraico, dove auspicava la creazione di esso, indicando come sede la Palestina, allora provincia ottomana, o un territorio dell’America Latina, nella zona centrale a Nord-Est dell’Argentina. Nel 1903 il 6° Congresso Sionista rifiutò l’offerta, fatta dall’Inghilterra, dell’Uganda quale sede nazionale.
Già fin dal 2 novembre del 1917 Artur James Balfour, lord dell’Ammiragliato del Gabinetto di Lloyd George, la cui dichiarazione fu chiamata “dichiarazione di Balfour”, affermò che dopo la guerra gli inglesi si sarebbero adoperati per
“dare un focolare nazionale in Palestina al popolo ebraico, restando inteso, però, che nessun pregiudizio doveva essere causato ai diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina “
infatti dalla Palestina Orientale, dopo la I guerra mondiale, venne ricavato il piccolo stato della Transgiordania, che avrebbe dovuto agevolare tale progetto.
In seguito ai dissensi tra Inghilterra e Francia sulla egemonia nei protettorati (vere e proprie colonie), l’emiro Feisal fu cacciato da Damasco dai francesi; i britannici lo nominarono re dell’Iraq e nominarono il fratello Abdullah re del nuovo, piccolo Stato della Transgiordania, essendosi quest’ultimo impegnato a non intralciare l’insediamento ebraico nel territorio palestinese, indicato come una terra senza popolo, da consegnare agli Ebrei, che erano un popolo senza terra. I due fratelli erano figli dello sharif della Mecca Hussein, capo del clan Hascemita e diretto discendente del Profeta. Fu la prima affermazione del clan Hascemita, che successivamente, quando gli inglesi abbandoneranno il protettorato in Palestina nel 1948, rimettendo il mandato all’ONU, consentendo di fatto la nascita dello Stato di Israele, avrebbero fondato il regno Hascemita di Giordania. Questi eventi segnarono la fine definitiva dell’impero ottomano, il loro posto fu preso dagli inglesi .
La “dichiarazione di Balfour” fu il primo atto ufficiale, da parte dell’Occidente, che spianò la strada verso l’insediamento dei coloni ebrei in Palestina.
Fin dal 1929 era stato messo a punto un progetto di Stato Ebraico, non più insediamento, da parte dell’Agenzia Ebraica per la Palestina, attraverso una rete di colonie collettivistiche e cooperativistiche (kibbutz).
Ma già dal 1924 al 1926 l’emigrazione ebraica verso la Palestina ebbe un forte incremento a causa delle persecuzioni razziali in Polonia e nei paesi Baltici; successivamente si intensificò per le leggi razziali della Germania nazista e dell’Italia fascista.
Fino agli inizi degli anni 40 in Palestina vivevano appena 80.000 Arabi-Ebrei, contro circa un milione di Arabi-Palestinesi musulmani, con altri milioni di Palestinesi sparsi nei paesi vicini, considerati come profughi, peraltro non molto amati dalle stesse popolazioni arabe.
Intanto gli ebrei, malgrado la loro partecipazione alla lotta antihitleriana, cominciarono a fomentare, in Palestina, il terrorismo antiinglese e antiarabo. Già nel 1948 la presenza ebrea nel territorio contava oltre 650.000 persone, in gran parte appartenenti alla destra nazionalista ebrea, entrati clandestinamente in Palestina, mentre i palestinesi residui, temendo rappresaglie, cercarono rifugio negli Stati confinanti: Giordania, Egitto, Libano, Siria, iniziando, così, la loro vita di profughi.
Nel clima del dopoguerra e sotto le pressioni dell’ONU nel 1947 gli Inglesi, che già avevano praticato la politica del doppio gioco districandosi tra Ebrei e Arabi in funzione solamente dei loro precipui interessi, rinunciarono al mandato di controllo dei territori palestinesi, rimandando all’ONU ogni decisione. Nel novembre del 1947 l’ONU votò il piano di spartizione della Palestina, con la internazionalizzazione di Gerusalemme e la sostanziale unità economica della regione. Quando nel maggio del 1948 gli inglesi evacuarono i territori, nel giro di 24 h. si ebbe la proclamazione dello Stato di Israele e l’attacco delle truppe dei paesi arabi che diede origine al regno Hascemita di Giordania; il tutto ben lontano dai disegni delle risoluzioni dell’ONU, che cercò di imporre il piano di spartizione dei territori, che, però, si scontrò regolarmente con il veto degli USA.
Nel giro di 24 h. il nuovo Stato di Israele veniva riconosciuto prima dagli USA e, immediatamente, dall’URSS, in una gara contro il tempo di chi doveva intrattenere i migliori rapporti con il nuovo Stato, che già si profilava essere un nodo nevralgico nello scacchiere medio-orientale, già diventato la più grande riserva di petrolio del pianeta.
Il clima di intolleranza israelo-palestinese aumentò in maniera esponenziale.
Nel settembre del 1948 l’ONU inviò propri osservatori per studiare in loco le ipotesi di pacificazione; tali osservatori erano guidati dal conte di Wisborg Folke Bernadotte, nipote del re Gustavo V di Svezia, presidente per la Svezia della Croce Rossa Internazionale, il quale ottenne dalle parti in lotta quattro settimane di tregua.
Il 17 settembre dello stesso anno, durante il periodo della tregua, Bernadotte fu ucciso dagli estremisti ebrei della “Banda Styern”, vicini alle posizioni del Presidente Israeliano Ben Gurion, che non manifestò grande dispiacere per quell’evento.
Già fin dal 1938 lo stesso Ben Gurion, di fronte alla Agenzia Esecutiva Ebraica, aveva dichiarato:
” Io sono favorevole a una divisione del paese, perché quando noi diventeremo una nazione forte, dopo la creazione dello Stato, aboliremo la divisione e ci estenderemo in tutta la Palestina”.
Il 4 marzo del 1949 Israele venne ammesso all’ONU, sottoscrivendo la Carta delle Nazioni Unite, che di fatto rappresenterebbe una Costituzione sopranazionale, superiore, per autorevolezza, alle singole Costituzioni dei Paesi membri.
Nessuno tenne in conto il problema dei profughi arabi non inseriti nei paesi di rifugio e rimasti massa instabile, aspirante a un sempre più problematico ritorno.
La potenza economica e la forza miliare dello stato di Israele provocò una escalation di riprese belliche, che qui vengono solo accennate perché momenti storici molto noti, anche se dimenticati:
• 1955 attacco israeliano nella fascia egiziana della striscia di Gaza;
• guerra di Suez nel 1956;
• guerra del giugno 1967, che portò alla occupazione israeliana del Sinai, della Cisgiordania, e della città vecchia di Gerusalemme, delle alture del Golan sul confine siriano e al controllo del golfo di Aquaba. Quest’ultima occupazione continua ad essere la causa principale di tutte le rivendicazioni dei Palestinesi, privati della loro terra malgrado le svariate risoluzioni dell’ONU, sempre vanificate dai veti USA. L’esercito israeliano, guidato da Mochè Dayan, in quella che sarà ricordata come “la guerra dei sei giorni”, cacciò due milioni e mezzo di palestinesi, che si rifugiarono nei paesi vicini, mentre gli israeliani, malgrado i pressanti inviti dell’ONU a ritirarsi, organizzarono nuovi insediamenti ebraici e, soprattutto, iniziarono lo sfruttamento massiccio delle enormi risorse petrolifere del Sinai, e delle sorgenti d’acqua delle Alture del Golan, sottraendo ai palestinesi una indispensabile fonte di vita per la loro agricoltura. Verrà un giorno, anche molto prossimo, in cui le guerre si faranno per l’uso dell’acqua !
• Nel 1982 Israele invase il Libano per sterminare i palestinesi rifugiati; l’attacco fallì solo grazie al tempestivo e deciso intervento internazionale. Gli Israeliani non cedettero e con la collaborazione delle milizie mercenarie filo-ebraiche libanesi di S. Haddad, e con l’attiva collaborazione del Ministro della Difesa Israeliano Ariel Sharon, che schierò l’esercito israeliano lungo i confini con il Libano per impedire che Siria e Giordania intervenissero per scongiurare la strage preventivata, massacrarono in Libano il popolo palestinese, destando orrore e condanna anche nello stesso popolo ebraico (da distinguere nettamente dal governo e dallo stato sionista di Israele).
Era il 18 settembre 1982, giorno della strage di Sabra e Shatila, alla periferia di Beirut, data che nessuna giornata della memoria ha voluto mai ricordare.
La responsabilità dello Stato di Israele, universalmente riconosciuta, portò a due inchieste, una affidata agli americani e una agli stessi israeliani; ovviamente, assolsero Sharon per la strage, ma non poterono fare a meno di riconoscere una responsabilità morale dello stesso Sharon, non avendo fatto quello che poteva per evitare quella strage. Sul numero delle vittime ci fu il solito giochetto al ribasso; in un primo momento la stampa occidentale, informata dalle agenzie americane, parlò di circa 800 morti. Immediatamente smentita ammise che le vittime superavano le 10.000 unità. Fonti palestinesi, anche di superstiti riusciti a fuggire quantificarono, in oltre 50.000 le vittime di 6 giorni di attacchi furiosi, con bombe al napalm, lanciafiamme e gas tossici, ammucchiando intere famiglie e incenerendole con i lanciafiamme infilati dalle finestre.
La fine della guerra Iran-Iraq, coincise, cronologicamente, con l’inizio dell’intifada palestinese; un nuovo e diverso modo di protesta dei ragazzi Palestinesi contro i soprusi quotidiani del governo israeliano.
Nella Palestina occupata, violentata tutti i giorni, svilita nelle sue legittime richieste, peraltro suffragate da risoluzioni dell’ONU, vanificate, però, dal solito veto degli USA, iniziò un nuovo tipo di protesta. Furono i bambini e i ragazzi di Gaza a iniziarla; disponevano solo di sassi per manifestare la loro rabbia di occupati, e i sassi utilizzarono; fu l’inizio dell’Intifada, che si innesta come un puzzle nello scacchiere mediorientale per definirne meglio i contorni. L’intifada rappresentò la volontà palestinese di contare solo sulle proprie forze, fosse anche in quelle dei ragazzi delle pietre. Molto meglio di qualunque concetto io possa riuscire a mettere insieme, pur nel grande amore che riconosco di nutrire per quel popolo martoriato, nei versi di un poemetto, diventato il manifesto dell’Intifada, ci sono le parole che descrivono con tragico e poetico trasporto il contenuto globale dell’Intifada. Lo scrisse un grande poeta libanese Nazir Qabbani, testimone del massacro di Sabra e Shatila, dove i profughi palestinesi furono massacrati dalle truppe libanesi del generale Haddhad con l’appoggio dell’esercito israeliano.
I bambini delle pietre
hanno disperso le nostre carte
versato inchiostro sui nostri vestiti
deriso la banalità dei vecchi testi……
Bambini di Gaza
non badate alle nostre discussioni,
non ascoltateci,
siamo gente di calcoli a freddo,
fate le vostre battaglie e lasciateci soli,
noi siamo morti senza tomba.
La cosa più importante
è che hanno abbandonato
la casa dei loro padri,
hanno abbandonato l’obbedienza.
Bambini di Gaza
non consultate i nostri scritti,
noi siamo i vostri genitori
non siate come noi.
Noi siamo i vostri idoli
non adorateci.
Bambini di Gaza
che salutate la follia del tempo,
il tempo della ragione
se n’è andato da molto,
insegnateci la vostra follia.
(Nazir Qabbani Publications, Beirut, 1988)
La reazione di Israele alle sassate dei bambini di Gaza, dei ragazzi delle pietre, fu mostruosa. Il Dipartimento di Stato americano, controllato dalle lobbies israeliane, convinse il governo della Casa Bianca che se i palestinesi non fossero stati sterminati, un leader arabo, come Saddam, con ambizioni personali avrebbe potuto cavalcare la “follia delle pietre”. Washington si convinse che era necessario tenere a bada il rais di Baghdad, non più affidabile ai loro occhi; nello stesso tempo chiuse entrambi gli occhi sui massacri che gli israeliani iniziarono contro il popolo palestinese, come ritorsione alla “follia delle pietre”.
Arafat, leader carismatico dei palestinesi, si ritrovò a subire l’orbita di Saddam. Saddam era il rais dell’Iraq, capo supremo e indiscusso, Arafat era il leader carismatico, zaim, e come tale necessitava del consenso del suo popolo, consenso che, come vedremo, rappresenta una delle fonti del diritto islamico. Nel 1988 mentre Arafat preparava ad Algeri la riunione del CNP (il Parlamento dell’OLP) che doveva sancire la fine delle belligeranze con Israele e il riconoscimento di quello Stato, in vista della creazione di uno Stato Palestinese, si ebbe la netta sensazione del fallimento cui andava incontro il leader palestinese, a causa della diffidenza che l’Occidente proclamava nei suoi confronti, con quotidiani attacchi da parte della stampa addomesticabile e addomesticata. Quando tale sensazione stava per diventare una realtà, da parte dei Palestinesi più intransigenti giunse la disponibilità a trattare un accordo che prevedesse la rinunzia alla resistenza in cambio di una politica internazionale indirizzata verso un negoziato e una rapida concertazione fra le parti e la creazione di uno Stato palestinese autonomo e riconosciuto.
Il messaggio, riportato da tutti i giornali arabi, recitava così:
“Non vogliamo fare la fine dei pellerossa d’America; la via del negoziato è l’unica praticabile”.
Arafat credette di aver vinto la sua battaglia all’interno dell’OLP, con la rinuncia al terrorismo e il riconoscimento dei confini di Israele. Proprio mentre Arafat parlava della pacificazione israelo-palestinese ad Algeri, i panzer israeliani invadevano la striscia di Gaza.
La speranza di risolvere la questione palestinese presso un tavolo di trattative fallì miseramente. Quando Saddam occupò il Kuwait, profittò della situazione per dare un senso arabo a tale invasione, legando lo sgombero di quel paese all’abbandono, da parte degli Israeliani, dei territori palestinesi occupati. La popolazione Palestinese credette di aver trovato in Saddam il leader che avrebbe potuto ottenere il rispetto dei diritti palestinesi. Arafat, come già detto, era solo un leader carismatico, uno zaim, bisognoso del consenso del suo popolo; non avrebbe mai potuto contrastare la nuova speranza che era sbocciata nel cuore dei palestinesi. Arafat, spinto dal suo braccio destro e amico di tante battaglie Abu Iyad, riuscì ad impedire a Saddam la pretesa di rappresentare e far propri gli interessi del popolo palestinese, così Saddam fece uccidere Abu Iyad, per dare un segnale forte allo stesso Arafat; ma fallì in pieno nel suo disegno, perché, indistintamente, tutti i palestinesi, che compresero i disegni del rais, non accettarono più di mettere insieme le loro rivendicazioni con la crudele follia del rais di Baghdad.
Questi atti prevaricatori portarono alla nascita dei gruppi armati di resistenza e di lotta per l’indipendenza, come i feda’iyyin, i volontari della morte, infiltratisi nelle retrovie israeliane con attentati suicidi.
Il 18 settembre del 1982, molto più dell’11 settembre del 2001, è la data che va ricordata come l’inizio di una nuova epoca, di nuove incertezze, di nuovo terrore; la forza mediatica dell’Occidente tenta in tutti i modi di farci dimenticare quel giorno, e in buona parte c’è riuscito, rinnovando giornate della memoria in ricordo dell’olocausto ebraico voluto e perpetrato da un popolo occidentale, per far passare sotto silenzio le atrocità che il governo e lo Stato sionista di Israele perpetra ogni giorno contro i Palestinesi.. Dal 1948 al 2004 ben 78 risoluzioni dell’ONU, rivolte a carico della politica aggressiva di Israele, hanno trovato sulla loro strada per 76 volte il veto degli USA e le altre due volte l’assoluta indifferenza sia di Israele, che dei suoi protettori
Abbiamo però assistito ad un evento che dovrebbe scuotere le coscienze: il 14 dicembre del 2003 Ebrei e Palestinesi hanno manifestato insieme contro quell’Ariel Sharon, oggi leader del governo sionista di Israele, e contro il muro della nuova vergogna che sta dividendo la Palestina. E’ possibile che stia emergendo, dalla memoria storica dei due popoli, il ricordo di quella medesima origine semitica che li rende fratelli ?
L’accordo di Oslo del 1994, firmato da Arafat e Rabin fece sperare nella possibilità di una pace leale, e per questo duratura; valse ai due leaders anche il Premio Nobel per la Pace, a voler sottolineare le aspettative del mondo intero.
Il 4 novembre 1995 Rabin veniva ucciso da un estremista della destra israeliana, quella stessa destra della banda Styern, che già aveva assassinato il conte Bernadotte, nel 1948. Allora il referente di tale banda era Ben Gurion, nel 1995 era, invece Netanjau.
Per un breve periodo Shimon Peres prese il posto di Rabin e l’itinerario della Pace continuò, perché lo stesso Peres fu uno dei firmatari dell’accordo di Oslo. L’illusione della Pace si infranse alle successive elezioni, dove vinse, in odore di brogli, Netanjau. La sconfitta elettorale salvò la vita a Shimon Peres, già vittima di due attentati andati a vuoto, ma vanificò gli accordi di Oslo.
La vittoria elettorale di Netanjau coincise con l’armamento atomico predisposto dagli USA.
Israele divenne la terza potenza mondiale, per quantità di testate nucleari, dopo USA e Russia. Ovviamente Israele rifiutò di sottoscrivere gli accordi per la non proliferazione delle armi nucleari; le deliberazioni dell’ONU che imponevano alle piccole nazioni di non dotarsi di armamenti nucleari, caddero tutte nel vuoto a causa dei veti posti dagli USA.
L’armamento atomico di Israele si compone di bombe atomiche montate su missili da crociera a media e lunga gittata, in grado di colpire anche il meridione della Russia. Sono particolarmente sotto il tiro dei missili israeliani l’Arabia saudita, Iraq e Iran, Siria.
La mancanza di un programma politico unitario degli Israeliani, frazionati in falchi e colombe, interventisti guerrafondai e mediatori lungimiranti., impedisce di dilatare le frontiere del dialogo, a questo si aggiungono gli sterminati interessi legati al petrolio, alle basi militari americane nello scacchiere di controllo dei grandi Paesi produttori di petrolio, e a tutta una congerie di motivazioni economiche, logistiche e di macropolitica internazionale, che collocano ogni ipotesi di pace al di là dell’orizzonte.
Oltre alla frattura interna nella nomenclatura Israeliana, c’è da prendere in seria considerazione la frattura verticale che esiste tra popolo ebreo e governo Israeliano.
Sancire una condanna e una assoluzione in termini di unilateralità serve solo a sottolineare il solco che divide due popoli aventi i medesimi diritti e le medesime radici etniche. La libertà, il diritto ad una Patria, l’aspirazione ad una vita lontana dai fragori delle belligeranze sono valori che devono appartenere a tutti, altrimenti non apparterranno mai a nessuno; purtroppo ci sono altri popoli che temono come una iattura l’ipotesi che nel mondo possa “scoppiare la pace”.
Israele esiste e deve continuare ad esistere, ma nella convinzione del reciproco rispetto, senza prevaricazioni o colpevoli complessi di superiorità, dovuti al suo strapotere economico e militare, così come deve esistere lo Stato Palestinese.
Il pragmatismo esasperato porta inevitabilmente all’esigenza di prevaricazione, specie nei confronti dei più deboli e più indifesi, che non possono ribellarsi altrimenti che sacrificandosi personalmente con atroci attentati suicidi, per documentare al mondo intero –occupatissimo a discutere- la loro disperata volontà di esistere come popolo.
Appare chiaro che il focolaio sempre acceso, dal quale far partire le micce devastanti. trova nello Stato di Israele il punto di partenza.
Con l’accelerazione della storia la politica estera si è confonde sempre più con la politica interna, ogni proposta di rinnovamento in Italia parte sempre dalla imitazione e dalla dipendenza da quell’America che sta preparando un periodo di belligeranza continua perché la guerra è rimasta la sola prospettiva economica che potrà consentire il mantenimento di un tenore di vita di gran lunga superiore alle possibilità. (l’industria delle armi produce il 35% del PIL americano; l’ipotesi che possa “scoppiare la pace” per l’America di Bush è la più nefasta delle eventualità).
Recita un proverbio arabo:
“Quando avremo ucciso l’ultimo agnello, quando avremo pescato l’ultimo pesce, quando avremo tagliato l’ultimo albero, solo allora ci renderemo conto che l’oro non si può mangiare”.
x fgem
Grazie per le affermazioni; la lunga risposta precedente, vale anche per il tuo commento.
Ma cos’é?!?
Il bambino che ti sei mangiato stamattina ti ha fatto acidità?!
…ma per favore…CRIBIO!
x Sergio
Ma perchè non fai uno sforzo mentale e usi argomenti per criticare, invece di frasi così penosamente vuote ?
Si…un po’ di bicarbonato vi farebbe bene!
Fatemi capire la vostra posizione.
Se siete contro la “tattica sionista di aggressione”, siete a favore di chi?…palestinesi…iraniani…nessuno…mmmmm???
Rispondete alla mia domanda.
Se siete contro la “tattica sionista di aggressione”, siete a favore di chi?…palestinesi…iraniani…nessuno…mmmmm???
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I Semiti Palestinesi
(Tratto da: Rosario Amico Roxas, La cronaca dei vinti, ed. Paruzzo printer, Caltanissetta 1996)
Abbiamo mai cercato di indossare i panni di un palestinese, di guardare il mondo con i suoi occhi, di sentire il pulsare del nostro cuore con i suoi sentimenti ?
Abbiamo mai cercato di comprendere prima di giudicare, di conoscere prima di condannare ?
Certo sono più comode le vesti degli opulenti sionisti israeliani; è più rassicurante la loro forza politica ed economica; ci suggestiona molto di più la loro arroganza. Siamo tutti disponibili e pronti a “soccorrere” il vincitore o il potente di turno, a saltare sul carro del più forte per ottenerne briciole di prebende; nessuno osa contrastare il più forte e dare voce a chi è costretto a subire, senza neanche il diritto di far valere le sue ragioni, anche se sono evidenti sotto gli occhi di tutti; si arriva anche a mentire pur di non scontentare chi fa valere più la forza che la ragione.
Il più forte comanda su tutto e su tutti, impone la sua legge e condanna o assolve a suo piacimento, scatena guerre o concede la pace, ma sempre e solo nell’ottica del proprio tornaconto. Le guerre non sono una “Ordalia”, un “Giudizio di Dio”, le vince il più forte, non chi ha ragione.
Il popolo ebraico ha subito un atroce olocausto, ma da un popolo occidentale, che si riteneva superiore; ha patito la tragedia delle persecuzioni e ha cercato e trovato finalmente una Patria, promessa loro dal Dio di Abramo, lo stesso Dio dei Palestinesi.
Il popolo ebraico, divenuto Stato sionista di Israele, ha, arbitrariamente, presentato il conto dei loro patimenti e delle loro persecuzioni, agli incolpevoli Palestinesi, con azioni analoghe a quelle che hanno subito.
La mia vecchia e collaudata ritrosia a ubbidire all’ordine: tutti avanti, e lasciate il cervello all’ammasso! , mi ha convinto a indossare i panni del perdente, per dare voce a chi non può averne….. per capire.
Uso le parole che ho sempre usato, che per me rappresentano le parole della mia verità, in un famelico amore verso quanti non hanno nemmeno la possibilità di amare, verso quanti stanno subendo una condanna che non potranno mai espiare, una condanna inappellabile perché scritta con il sangue e propagata da untori interessati, da pennivendoli prezzolati, da mistificatori della Storia, da sostenitori abusivi che “Abele si è suicidato !”
Privati di ogni aggancio concreto con la realtà presente, che ogni giorno muta il panorama della loro vita, senza prospettive possibili verso il futuro, i Palestinesi, profughi da sempre, non hanno altro ancoraggio che nel passato, dove gli incubi affollano la memoria e i fantasmi di ricordi antichi acquistano la sola concretezza concessa, la sola speranza; costretti a veleggiare velocemente indietro nella storia, verso un futuro incerto.
La protesta che sfocia nella violenza è il grido di chi si sente escluso da tutto ciò che l’opulento mondo occidentale propaganda come sviluppo.
Limitare l’analisi alla violenza islamica, identificando dentro tale fenomeno tutto un popolo e una religione, conduce inevitabilmente alla strategia dell’abbattimento, paragonabile ad un nuovo olocausto, generando una perversa spirale involutiva priva di ogni soluzione. Imporre una verità unilaterale, trascurando altre e, a volte, più gravi responsabilità, non serve alla causa della Pace, anzi, inasprisce gli animi e allontana ogni ipotesi di incontro. In questo contesto germoglia il seme dell’odio, della vendetta, terreno assai fertile per coltivare e stimolare antichi rancori o attualissimi interessi. Torno a insistere che l’Europa può seguire un itinerario alternativo, accettando e denunziando le cause che sono all’origine di questi effetti devastanti.
Perché non riconoscere che la formazione dei volontari della morte è avvenuta l’indomani della strage di Sabra e Shatila, con i suoi morti carbonizzati dai lanciafiamme e dalle bombe al napalm fornite dal governo israeliano alle truppe mercenarie di Addad ? Perché non riconoscere che l’escalation terroristica in Russia da parte dei patrioti ceceni trova la sua origine nel bombardamento di Grozni che provocò, secondo dati della stessa Russia, almeno 40.000 morti ?
Il terrorismo è un gesto indifendibile, nessuno può tentare una qualsiasi difesa d’ufficio; lo spargimento di sangue di vittime innocenti non può trovare nessun alibi; bisogna solamente identificare tutti i terrorismi, senza effettuare selezioni di comodo, distinguendo quello buono da quello cattivo. Tutti i terrorismi appartengono alla categoria negativa dell’umanità e non basta la potenza delle armi o la forza del denaro per pretendere attenuanti generiche se non, addirittura, l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato.
Il livello di disperazione cui sono arrivate intere popolazioni assoggettate allo sfruttamento, all’occupazione abusiva, alla mancanza dell’indispensabile, supera il confine stesso tra la vita e la morte, così sono morti dentro e più nulla può più ucciderli, tranne i marosi che travolgono le carrette del mare che trasportano quello che resta degli esseri umani disgregati nel corpo e nell’anima, annientati da una storia sempre avversa: la storia dei vinti.
I palestinesi vogliono esistere così come esiste Israele, ma senza diventare quello che è diventato Israele: vassallo dell’arroganza occidentale; popolo che ha rinnegato la propria storia che li vuole inseriti nel mondo arabo in quanto semiti. Il paradosso è che uno stato palestinese può o potrà esistere se e in quanto continuerà ad esistere lo Stato di Israele; se crollasse lo Stato di Israele non potrebbe esistere uno Stato palestinese, perché i palestinesi non troverebbero più alcun appoggio nel resto del mondo arabo, o almeno in quello che più conta sotto il profilo economico, alleato o complice dell’espansionismo americano. Non potrebbero attendersi aiuti dall’Arabia Saudita, dal Kuwait, dagli Emirati Arabi Uniti, dalla Giordania, ormai stretti nella morsa economica del capitalismo americano. Si ritroverebbero isolati, come lo sono stati per tanti di secoli. Questo sarebbe il compito storico e politico di Israele: innanziutto ridiventare uno Stato Ebraico, quindi aiutare i fratelli palestinesi a realizzare il loro sogno, il loro diritto, la loro patria.
Analizzare la violenza per comprendere le ragioni che l’ hanno generata e alimentata, porterebbe a un dialogo di confronto tra chi è soggiogato dalla propria angoscia e chi tale angoscia ha provocato.
L’angoscia stritola ogni forma di progettualità, ma nessuno esamina tale angoscia, preferendo puntare l’indice sulla violenza e sulla strategia per abbatterla. Non si cerca nemmeno di analizzare quell’angoscia che genera tale violenza: la paura di essere dimenticati e cancellati dalla storia della conoscenza, malgrado quest’ultima sia una delle promesse della nuova civiltà, che si trasforma in un banchetto riservato solo ai potenti.
La guerra è una immane e bestiale tragedia per l’intera Umanità, per questo è giusto che sia gestita dai Generali; ma la Pace è una cosa troppo seria per essere affidata agli stessi Generali che hanno fatto la guerra.
I Palestinesi, il popolo palestinese aspira ad avere la sua Patria, dove poter vivere in aperto dialogo con i fratelli semiti appartenenti al popolo ebraico; non desiderano vincere una guerra senza fine, vogliono solamente non-perdere il diritto che spetta a tutti i popoli, senza distinzioni di razze o, peggio, senza distinzioni basate sulla maggior potenza di fuoco, il diritto ad un patria, in nome del quale i sionisti hanno invaso la Palestina.
Le cariatidi del servilismo, dell’omertà remunerata, della complicità in un nuovo e programmato sterminio di un popolo hanno scritto la parola fine: non deve mai esistere uno Stato palestinese, mai una Patria, solo mal tollerate presenze di profughi senza presente, senza futuro, accomunati dalla memoria di un passato che si ripete e si rinnova. L’emarginata costrizione dei Palestinesi, di ieri, di oggi … di domani non serve a spiegare, a far comprendere, specie quando non si vuole capire; essa è destinata a trasformarsi in una torre inespugnabile, dentro la quale proteggere una cultura e una Storia millenaria, che nessuno potrà mai cancellare, neanche con un nuovo olocausto.
Queste sono solo le povere parole di uno sperduto viandante in una foresta infestata da lupi famelici: se non si può essere la farina per impastare il pane, si deve cercare, almeno, di esserne il lievito per dare vita alla Verità e riempire le pagine bianche della Storia, divenute tali perché si è tentato di cancellare gli eventi nefasti per costruire tutto un itinerario adeguato alle esigenze di quel popolo dei vincitori, che non accetta neanche il giudizio della Storia.
Povera e martoriata Storia, che, per farsi, per divenire, necessita di essere scritta con il sangue.
Non c’è pace per i deboli e i vinti.
Ho provato a indossare i panni del Palestinese, a pensare con la sua testa, a sentire con il suo cuore,….ho capito; ho capito che non viene lasciato spazio per parlare, che per farsi sentire bisogna urlare, urlare e ancora urlare…..fino ad esplodere.
Ho vissuto insieme ai Palestinesi, li ho incontrati spesso a Tunisi, quando una loro colonia era ospitata in un campo profughi di Hammam Liff, a pochi Km. a Sud della capitale; lì furono bombardati dagli aerei israeliani, anche in violazione dello spazio aereo della Tunisia, una nazione che si è sempre prestata a svolgere opera di mediazione equilibrata alla ricerca di quella che inevitabilmente dovrà evolvere in una convivenza pacifica o in una reciproca autodistruzione. Fu una frequenza molto significativa, perché mi hanno insegnato a capire prima di esprimere giudizi; fu allora che mi dettero il nome Abou Roxas (padre dei Roxas)
Ho visto il terrore nei loro occhi mutarsi in un fiero atteggiamento ben lontano da quello di chi mendica un diritto. Resta, inalterato, il sogno della Patria, mentre il ricordo dei patimenti subiti diventa ossessivo e offusca l’ipotesi di un’alba migliore, l’alba del giorno della civile e possibile convivenza.
Il rastrello della memoria rinnova i ricordi, anche se si vogliono seppellire sotto cumuli di gramigna; i ricordi acquistano sempre nuova linfa e rinnovano l’itinerario di una mai sopita sete di Giustizia.
Interessante….molto interessante….
Ma la professoressa che voto vi ha dato per questo tema da terza liceo?
Quando scrivete frasi del tipo:
“I Palestinesi, il popolo palestinese aspira ad avere la sua Patria, dove poter vivere in aperto dialogo con i fratelli semiti appartenenti al popolo ebraico”
Invertite la posizione delle parole palestina/palestinesi/musulmani e israele/israeliani/ebrei: le frasi non sono altrettanto sensate?
Il punto è proprio questo: come potete avallare la causa palestinese a sfavore di quella israeliana, se i palestinesi, che vogliono “vivere in aperto dialogo con i fratelli semiti”, manifestano il loro “affetto” seminando TERRORE con i kamikaze?
“Il terrorismo è un gesto indifendibile, nessuno può tentare una qualsiasi difesa d’ufficio”, neanche a favore dei kamikaze palestinesi.
FORSE, potrei comprendere la vostra condanna verso l’operato israeliano, ma non riesco ancora a capire come possiate difendere l’operato palestinese (ndr: kamikaze compresi)!
AH!!!
Nel suo temino vi siete dimenticati di difendere i “compagni” (tra di voi utilizzate questo termine, giusto?) iraniani.
Attendo lumi.
Così avviene la caduta verticale che dimostra povertà di argomenti.
Basta dare del comunista per inficiare gli argomenti che vengono esposti; è la tecnica propagandata al vertice di questa povera Italia, ma non funziona, anche perchè “culturalmente” non potrei mai essere comunista e non per proteggermi da queste identificazioni che provano solamente la povertà culturale.
Quanto al terrorismo bisogna chiamare ogni cosa con il suo nome; è terrorismo anche bombardare mercati nell’ora di punta, moschee nell’ora della preghiera collettiva, banchetti di nozze, autobus di studenti.
Ho già chiarito più volte il senso del terrorismo, avendo vissuto a lungo in nazioni arabe per lavoro e studio.
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Il terrorismo e i terrorismi.
(Tratto da: Rosario Amico Roxas, La cronaca dei vinti, ed. Paruzzo printer, Caltanissetta 1996)
Aleggia costantemente sulle nostre teste lo spauracchio terroristico, riesumato costantemente, in particolar modo quando talune situazioni sembrano avviate a chiarimenti, allontanandosi dalla soluzione armata. Ritrovarsi da invasori in una nazione alla quale si vorrebbe imporre il proprio metro socio-politico, ritenendolo il migliore, al di fuori di ogni valutazione culturale, antropologico, sociale e anche religioso, diventa prassi molto facile scatenare le reazioni e identificarle come terrorismo
Cercare di chiarire il concetto di terrorismo, in questa sede, ci porterebbe lontano e sarebbe un discorso lungo e articolato. Assumiamo per buona l’identificazione che la cultura occidentale si spreca a propagandare. Dovremmo esaminare alcuni quesiti che, con molta accuratezza, ci viene vietato di valutare e fornire ipotesi di risposte
Dobbiamo però chiederci “ Qual è lo scopo dei terroristi ?”
“Quale strategia li ispira ?”.
Innanzitutto si deve prendere atto di avere di fronte una costellazione frazionata e non un soggetto monolitico; le definizioni siamo noi stessi a fornirle legittimando il terrorismo con l’ attribuzione di una compattezza ideale, programmatica e operativa che non ha.
Questa compattezza viene riconosciuta identificando nel terrorismo un nemico da abbattere con una dichiarazione di guerra totale. Ma le guerre si fanno in due e il terrorismo è, per definizione, unilaterale, non porta divise, non innalza bandiere, opera e agisce all’improvviso, vilmente, e colpisce nel mucchio con il solo scopo di seminare terrore. Il suo obiettivo non è “il nemico” da abbattere e combattere, ma il popolo-spettatore, vittima passiva, primo attore di una tragedia che non vuole recitare. La guerra globale al terrorismo dichiarata dall’America serve solo all’America stessa che può, così, incrementare il lucrosissimo circuito del commercio delle armi.
Dall’11 settembre le azioni terroristiche si sono incrementate, diventando quello che aspiravano ad essere: una minaccia diretta non alle nazioni, ma ai popoli. Per questo non può essere combattuto come si combattono le guerre vere, perché non si tratta di una guerra, mancando l’elemento primario che contraddistingue tutte le guerre e cioè lo scontro frontale. La predicazione impotente dichiara che “occorre alzare la guardia, inasprire i controlli”, trascurando che basta un coltellino per improvvisare una tragedia come quella dell’11 settembre.
Blindare l’intero Occidente significherebbe accettare e riconoscere la vittoria del terrorismo.
La sola via praticabile è quella della politica, della diplomazia e del dialogo.
Il terrorismo non ha una strategia perché non ha un modello di società da proporre, una eventuale destabilizzazione dell’Occidente non gli servirebbe ; nello stesso tempo è sbagliata la strategia occidentale con la convinzione che il suo modello di vita possa e debba essere imposto a livello planetario. Il terrorismo si ribella a questa pretesa, mirando a terrorizzare, non a conquistare: il terrore è un mezzo, mentre il programma di conquista è un fine. L’idea di convertire il mondo intero all’Islam non è praticabile, a tale ipotesi nessuno potrebbe credere.
La guerra totale al terrorismo veste, però, gli stessi panni del terrorismo, colpendo nel mucchio, evitando lo scontro, stimolando, così, quella reazione rappresentata dagli atti terroristici.
Dalla guerra totale bisogna trasferirsi sul terreno della politica, della diplomazia e del dialogo accettando, riconoscendo e rispettando le differenze sociali, culturali e antropologiche.
Gli interessi delle lobbyes delle armi conducono verso un mare in tempesta, che finirebbe con l’annientare tutte le parti contendenti.
Circondare, assediare, condurre alla resa il terrorismo si può e di deve, ma non con il fragore dei missili intelligenti; l’unica alternativa possibile è l’assedio da parte della diplomazia, per ricondurre queste drammatiche controversie nell’alveo della politica e del dialogo, nell’umiltà di riconosce il diritto di tutti i popoli all’autodeterminazione, anche quando possiedono quel petrolio che ispira tutte le azioni dell’Occidente.
Lasciamo perdere la satira (vedo che non la gradite) che evidentemente vi distrae e non vi permette di identificare le questioni da me considerate negli ultimi due post.
Invece di continuare a mettere carne sul fuoco perchè non levate quella già cotta? Si sta bruciando…
Cercate (cercate!) di rispondere ESPLICITAMENTE e CHIARAMENTE alle mie domande, prima di introdurre nuove questioni.
Voi avallate l’atteggiamento iraniano? E quello palestinese?
Non c’è assolutamente nulla da avallare; si tratta di violenza, di morti, di disperazione e di terrore… come si può avallare ciò ?
Si può solo esprimere condanna, ma senza selezione tra “buoni” e “cattivi”. Non esiste una violenza buona, anche perchè finisce con il generare l’altra violenza che, per comodità, verrà identificata come cattiva.
La condanna così diventa globale e coinvolge tutte le violenze e tutti i terrorismi, anche (o specialmente) il terrorismo di Stato che viene giustificato solo perchè possiede i media che forniscono informazioni di parte.
Se lei avesse visto Sabra e Shatila, già dopo una settimana dopo la strage, così come ho potuto vederli, sarebbe costretto a parlare diversamente.
Ooooooo….!!!
Se allora voi non avallate neanche l’operato palestinese e iraniano, perchè come giustamente scrivete si tratta anche in questo caso “di violenza, di morti, di disperazione e di terrore”, vedete di descrivere nella seconda la “tattica palestinese e iraniana di aggressione” e MAGARI (così…se proprio lo reputate necessario…senza rancori!) elogiare chi, tra i potenti del mondo (USA, Italia e Berlusconi in primis!!!), partecipa attivamente a quei negoziati (di pace) che vorrebbere vedere israeliani e palestinesi uniti come fratelli o iraniani senza centrali nucleari/progetti antisionisti/atti di violenza verso l’opposizione!!!
Intitolate la seconda parte “Le verità rivelate del cavaliere” e fateci vedere come si scrive, aldilà dei preconcetti politici dell’autore (perchè non mi venga a dire che voi la notte sognate Berlusconi!), un buon articolo/post!!!
E magari cercate di contraltare a tutto quello che avete scritto parlando magari dei mandanti delle stragi palestinesi, i “berlusconi musulmani” che difendono quei “poveri” palestinesi (leggete l’ultimo virgolettato i chiave ironica); spiegateci perchè israele dovrebbe sparire dalla cartina geopolitica!!
Ci faccia vedere come si scrive un buon pezzo…e ancora in tempo!
PS: Scusate il ritardo…mi sono appena svegliato!
Ma cosa pretendi di fare ? Vorresti arrogarti il diritto di assegnare i compitini ?
Sono argomenti che ho ampiamente trattato, basta sapere cercare in un motore di ricerca qualunque il mio nome o l’argomento, o meglio presso una biblioteca fornita.
Beh….”compitini” mi sembra la parola esatta (io vi vedevo come uno studentello di terza liceo, se però vi ritenete un bambino di scuola elementare…quello che fa i compitini…).
Ultima considerazione: non basta che voi diciate “sono argomenti che ho ampiamente trattato”; l’Informazione, quella con la I maiuscola, deve essere fruibile in intervallo di tempo e regioni di spazio ragionevoli.
Se voi ritenete altrettanto ingiusto l’operato palestinese e/o iraniano, per dovere di cronaca, rispondete con un semplice SI alle mie domande; è semplice, le risposte sono SI, NO, “‘cchi ti nni futti” (siete siciliano?).
Ad ogni modo, se non avrete la forza di rispondere alle mie domande (dato che le risposte sono indirettamente a favore del cavaliere), ritengo che la questione possa concludersi qui; bel giornalismo.
Semplice: SI o No.
Quannu ti mangi a carni, t’à spurpari puru l’ossa!!! EH-EH-EH…..
PS: cercherò i vostri testi nelle biblioteche, ma credo che l’impresa sarà ardua (mi trovo in Canada).